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Manifesto del collettivof

date » 18-01-2022 17:39

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Collettivof è un gruppo di nuova costituzione i cui membri, in qualità di cultori della fotografia e foto-grafi praticanti, intendono avviare un programma annuale di attività quali mostre, incontri, presentazio-ne di volumi, seminari e workshop, volte alla promozione della fotografia a partire da un approccio «clas-sico».
L’espressione «approccio classico» richiede probabilmente un chiarimento. Con essa si allude a quella fo-tografia che, pur senza chiudersi alla sperimentazione che è da sempre parte integrante della pratica fo-tografica, la intenda come una sperimentazione espressiva e non meramente tecnica.
La foto-grafia infatti, come ogni forma di Scrittura, non va intesa come arte della calligrafia, né come sen-sazionalismo estetico o contenutistico. Piuttosto come l’unione perfetta tra il cosa, il come e il perché.
Come forma di Scrittura Alta, la fotografia, oggi più che mai, ha bisogno di ritrovare in se stessa i propri punti di forza, il proprio specifico linguistico nella capacità di mettere in relazione i pochi ma fondamen-tali elementi che la caratterizzano: soggetto, inquadratura, composizione e luce.
A noi membri di Collettivof, senza alcuna preclusione di genere, interessa quella fotografia che si avvale di questi elementi valorizzandoli.
A corollario di questa impostazione «classica», intendiamo presentare a chiunque ci si accosti, un insieme di punti che racchiudono in sé il senso dell’operazione culturale a cui intendiamo dare vita.
• La fotografia ha molte funzioni e molti campi di applicazione ma noi ci occupiamo della fotografia in quanto Arte.
• La fotografia – forse può apparire scontato ma per molti ancora oggi non lo è – non serve a ripro-durre la realtà. O, per meglio dire, la ri-produce, ossia la produce nuovamente, le da una nuova consistenza, la rivela nell’essenza gestendone l’apparenza.
• La scrittura fotografica non è assimilabile a passatempi o sport, dunque non hanno senso gare e trofei.
• La fotografia è selezione orientata da criteri estetici, semantici e/o narrativi.
• La fotografia può essere letta talvolta andando anche oltre l'immagine ma non tanto oltre da di-menticare le inquadrature di partenza.
• La scrittura fotografica è anche strumento di comunicazione ma è soprattutto espressione di una poetica la cui capacità comunicativa è conseguenza indiretta dell’intensità e profondità di un au-tore.
• Una poetica può essere colta solo da un insieme di fotografie e non da singole immagini.
• La cultura fotografica serve ai fotografi tanto quanto la cultura letteraria serve agli scrittori.
• La scrittura fotografica può prescindere dagli strumenti tecnici con cui si fotografa.
• La conoscenza delle tecniche è comunque necessaria per mettere in atto delle scelte consapevoli e non ottenere, quindi, dei risultati puramente casuali.
Nell’ambito delle nostre attività cerchiamo persone che, da autori o da fruitori, possano condividere que-ste nostre posizioni; posizioni di cui terremo conto nella organizzazione di ciascuna delle nostre iniziati-ve.
Auspichiamo, quindi, di riuscire a dare un modesto ma significativo contributo alla crescita della cultura fotografica con eventi che abbiano come sede il Comune di Palermo e, come respiro, quello nazionale e internazionale. Riteniamo infatti che l’entrare in contatto con tutto ciò che il panorama internazionale ha da offrire, nell’ambito della cultura fotografica, sia necessario alla suddetta crescita.


IL DIRETTORE ARTISTICO

Anna Fici

Il mistero di Vivian Maier

date » 08-12-2021

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UNA STORIA VERA
Amo la fotografia in modo viscerale, da sempre, da quando mio padre mi diede in mano la sua Condoretta per farmi scattare la prima foto. Praticamente era quasi un loro autoritratto, perché in effetti era lui a tenere le mie mani davanti a sé per non fare vibrare la macchina. Avevo tre anni. Ovviamente l’amore vero è venuto molto dopo ma quel ricordo mi ha sempre fatto tenerezza. Ho iniziato a studiare fotografia leggendo libri e riviste del settore, anche straniere. Con la mia prima Zenit e un ingranditore Leitz usato, molto usato, ho iniziato a fotografare e stampare. Mentre prendevo dimestichezza con lo sviluppo e la stampa, ho cominciato a studiare la storia della fotografia e la vita dei grandi fotografi. Andavo e vado tuttora alle mostre fotografiche. Sono una fonte inesauribile di idee e insegnano ad avere uno spirito critico. È anche vero che esistono mostre pietose, dal mio punto di vista. Sta a noi riuscire a capirle o rifiutarle. Amo quasi tutti i generi fotografici, in special modo il ritratto e la figura, la danza e i concerti ma il genere che mi affascina in modo particolare è il reportage urbano. Ora si chiama “street”. Amo osservare nelle vecchie fotografie la vita che scorre, come vestiva la gente, i mezzi di trasporto e le abitazioni nei vari momenti.
Fra i vari Cartier Bresson, Robert Capa, Gianni Berengo Gardin e gli altri geni dell’immagine mi venne da leggere pochi anni fa, per puro caso, la vita di Vivian Maier.
La fotografa Vivian Maier fu scoperta casualmente tramite una fortuita asta. A quell’asta, fra le varie cianfrusaglie, v’era un baule. Non se ne conosceva il contenuto. Venne acquistato da un agente immobiliare, un certo John Maloof, per poche centinaia di dollari. Fu messo all’asta chiuso come fosse uno di quei giochi che anticamente si facevano nelle fiere: si acquistava un pacchetto a sorpresa. Poteva contenere un oggetto di valore o un oggetto dello stesso valore del biglietto pagato. Questo signore, una volta aperto il baule, scoprì un mondo. Praticamente la vita in immagini di una donna che ha fotografato per passione durante tutta la sua esistenza (è morta nel 2009). Si saprà più avanti che queste fotografie non sono mai state pubblicate.
Vivian Maier nasce a New York il 1° febbraio 1926. Una vita dedicata all’accudimento dei figli di famiglie benestanti. Esistono testimonianze in tal senso degli ex bambini diventati adulti. Lo scopo della sua vita, al di la del fare la bambinaia, era la fotografia. Fotografò di tutto con la sua Rolleiflex e anche con la Leica: bambini, signore dell’alta borghesia e clochard, scene di lavoro... Ma ciò che amava particolarmente erano gli autoritratti. A volte si fotografava riflessa nelle vetrine o nello specchio di casa. A volte, ancor più semplicemente, fotografava la propria ombra. Ora li chiameremmo selfie.
Vivian era una donna con qualche problema psicologico. Amava fare delle raccolte assurde: biglietti del tram scaduti, ricevute varie. Ma ancor più stupefacenti sono le pile di giornali che conservava e che raggiungevano quasi il soffitto della sua stanza. Lo si evince dalle foto rinvenute nel famoso baule che conteneva, inoltre, una miriade di rullini ancora da sviluppare. La famiglia d’origine di Vivian Maier si pensa che fosse francese. Infatti alcune ricerche rivelano anche il luogo della sua nascita e sono riusciti a trovare qualche lontano parente.
Una storia, la vita di Vivian, che sfiora la letteratura fiabesca, un misto di tristezza e di bellezza. Il suo scopritore capì le potenzialità di ciò che aveva in mano. Cominciò a vendere qualche immagine su eBay, addirittura anche rullini non sviluppati. Fino a quando non propose a qualche galleria d’arte le fotografie di Vivian. Fu subito un gran successo di pubblico e mediatico. Fu un successo anche per Maloof, sia di fama sia finanziariamente. Venne anche realizzato un film sulla vita della fotografa. Il nome di Vivian Maier cominciò a circolare in Internet. Iniziarono a sviluppare e a stampare i suoi rullini scoprendo immagini che solo una grande artista poteva realizzare. I libri fotografici a lei dedicati andavano a ruba. Sono stati tradotti in moltissime lingue. In Italia penso di essere stato fra i primi ad aver comprato un suo libro quando è apparso sulle mensole della Feltrinelli, nonostante il prezzo. Mi piacciono troppo le sue immagini. Sono foto che emozionano, ritratti fatti a New York e poi a Cicago, dove si trasferì anni dopo sempre come bambinaia. Le mostre dedicate a Vivian Maier nel frattempo hanno fatto il giro del mondo.
A Milano arriva nel 2016. Entusiasta, mi appresto a fare un viaggio per potere ammirare dal vivo queste vere opere d’arte. Addirittura prenoto il biglietto d’entrata alla galleria per non fare un viaggio a vuoto da Palermo. Nel frattempo, leggo in internet recensioni per potermi approcciare nel miglior modo possibile. La critica è entusiasta.
Una volta a Milano davanti alla Galleria Forma mi assale l’emozione. Appena dentro, rimango abbagliato da quelle immagini così vere, così vive… Un bianco e nero che trasmette tutta l’atmosfera degli anni trascorsi a fotografare in maniera quasi maniacale. Le fotografie appese sono molte ma praticamente ho fatto tre volte il giro delle sale. Non sarei più uscito.
Sono rimasto a Milano tre giorni ed ho fotografato con la mia Fujifilm X100 avvolto dalla atmosfera di questa donna. Sono tornato a casa soddisfatto. Sull’aereo mi gustavo il catalogo della mostra.
Probabilmente vi starete chiedendo dove sta l’ “emerita fandonia”.
Tutto ciò che ho raccontato è vero: sono vere le mostre fotografiche in tutto il mondo, sono veri i libri pubblicati e il film documentario ma… ciò che non è vero è proprio l’esistenza di questa fotografa, di John Maloof e di tutta la storia raccontata.
Infatti sembra, ma ormai la parola “sembra” è un eufemismo, che la fotografa in questione sia frutto dell’invenzione del fotografo spagnolo Joan Fontcuberta. Joan ha voluto mostrare al mondo con quanta faciloneria i giornali, i galleristi ma ancor peggio i critici d’arte si lascino influenzare dalle notizie eclatanti senza mai andare alla fonte. E’ stato lo stesso Fontcuberta durante una conferenza a Bologna nel 2017 a svelare il mistero: Vivian Maier l’aveva inventata lui, naturalmente assistito da diversi “terroristi” come li chiama lui stesso. Hanno organizzato una sceneggiatura più “veritiera” possibile e i media, inconsapevoli, hanno preso la palla al balzo pubblicizzando questo avvenimento con la massima enfasi.
Potete immaginare la delusione che ho provato nel vedere questo video (lo trovate tranquillamente in internet basta cercare “Vivian Maier e Foncuberta”. C’è anche un video sottotitolato in italiano). Mi è caduto un mito! Per me è crollata una torre che sembrava molto solida. All’inizio mi sono arrabbiato tantissimo. Poi ho capito le intenzioni di questa denuncia. Fra l’altro Fontcuberta ha “inventato” altri fotografi e altre analoghe situazioni fotografiche. Lo svela sempre nel video consigliato. Purtroppo siamo in un mondo di fake news e con l’espandersi dei social la gente crede di tutto e di più senza approfondire se ciò che si legge o si sente abbia una fonte di verità. Se comprendo e approvo ciò che fa Joan Fontcuberta, secondo il mio modesto punto di vista, a volte si dovrebbe fermare un po’ prima, svelando l’arcano che c’è dietro a molte falsità. Come può un semplice utente andare alla fonte delle cose? Non ha i mezzi per farlo. D’altro canto, far spendere alla gente un sacco di quattrini per mostre, libri, viaggi e quant’altro giocando sulla sensibilità personale rasenta la truffa. Il primo istinto è stato quello di buttare questi libri, complici della delusione. Poi ho pensato di tenerli perché le fotografie sono splendide anche se non si saprà mai il nome degli autori e l’attrice che impersona Vivian Maier. La cosa più curiosa è che galleristi, giornalisti e critici d’arte dopo la figura barbina che sono stati costretti a subire e dopo un certo periodo di silenzio, hanno cambiato il loro atteggiamento vantando oltremodo le “esperienze” di Joan Fontcuberta come se essi stessi fossero gli attori consapevoli.
Questo mio racconto vuole altresì omaggiare le tante “Vivian Maier” vere che per varie ragioni non hanno mai avuto l’opportunità di essere riconosciute e valorizzate.
Giancarlo Marcocchi

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IL_MISTERO_DI_VIVIAN_MAIER.docx (20.38 KB)

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